Cultura

Tedua, Izi e la Cogoleto della Wild Bandana

Un residente di Cogoleto 7 min di lettura

Mario Molinari e Diego Germini sono cresciuti qui. Insieme a Vaz Tè, Ill Rave, Sangue e Guesan hanno costruito uno dei collettivi rap italiani più influenti dell'ultimo decennio — partendo da una terza media in provincia di Genova.

Cogoleto, da fuori, è tre chilometri di lungomare, una piazza, un campanile e qualche bar che vende focaccia fino alle dieci di sera. Se ci passi un weekend non te ne accorgi, ma una porzione consistente di quello che oggi in Italia si chiama “nuova scuola rap” è uscita da qui: non in senso letterario, in senso anagrafico. Mario Molinari e Diego Germini, in arte Tedua e Izi, sono cresciuti in questo paese. Per anni. Camminando le stesse strade su cui adesso scarrellano i passeggini la domenica.

Non ci sono targhe. Non ci sono murales con la loro faccia. Il municipio non ha mai dato a nessuno dei due la cittadinanza onoraria. Eppure il legame con Cogoleto è documentato: dalle loro stesse interviste, da Wikipedia, dai pezzi che la stampa musicale ha scritto sulla scena rap genovese degli ultimi dieci anni. Vale la pena raccontarlo per chi passa di qua, anche se di rap non gli importa nulla.

Due ragazzi, una terza media

Mario Molinari nasce a Genova il 21 febbraio 1994. La sua infanzia è frammentata: alcuni anni in affido a Milano, poi torna in Liguria. In una lunga intervista a Rolling Stone Italia racconta che la madre, in un secondo momento della vita, lo porta con sé e con il compagno in provincia di Genova: prima ad Arenzano, poi a Cogoleto “dove gli affitti costavano meno”. “Quello è diventato il mio paese per otto anni”, dice. Otto anni, dai tredici ai ventuno circa. Sono gli anni in cui un ragazzo viene “formato”: quelli in cui impari un dialetto, un accento, dove ordini il caffè, di chi fidarti.

Nella stessa intervista descrive, senza nostalgia e senza retorica, cosa significhi essere il ragazzino con accento milanese in un paese ligure: “inetto” agli occhi di chi è cresciuto qui, preso in giro a scuola, “discriminato dai compagni e anche dai professori per la sua storia familiare”. E anche: “la vita di quartiere, lo stadio, il pugilato, il mare e le chiacchiere coi balordi al bar gli hanno dato concretezza”. Tradotto: il mare lo nomina lui. Lo stadio lo nomina lui. I bar di paese li nomina lui.

A scuola, sempre secondo la voce di Wikipedia italiana e i pezzi di Vice e Billboard, Mario incontra all’età di tredici anni un compagno che diventerà Vaz Tè. E “attraverso lui conosce il compaesano Izi”, letteralmente il ragazzo dello stesso paese. Diego Germini è nato a Savigliano (Cuneo) il 30 luglio 1995 ma a Cogoleto ci è cresciuto. Hanno un anno di differenza, frequentano gli stessi luoghi, fanno la stessa cosa: scrivono testi in cameretta.

Una piccola precisazione doverosa: Vaz Tè (Alessandro Guzzo) non è cogoletese. È cresciuto fra Pra’ e Palmaro, alla periferia ovest di Genova. La scuola in cui lui e Tedua si conoscono non risulta nominata pubblicamente: i fatti certi sono solo l’età (tredici anni) e il fatto che fosse, comunque, in zona. La Cogoleto della Wild Bandana, a essere precisi, è Tedua e Izi. Vaz Tè è il pezzo che entra dal treno della Genova-Ventimiglia.

Cosa è davvero la Wild Bandana

La Wild Bandana è un collettivo, non un gruppo. La differenza è importante: non escono dischi a nome “Wild Bandana”, escono dischi dei singoli artisti che si firmano vicendevolmente come ospiti, producono insieme, condividono studio. La line-up classica, secondo la stampa musicale, comprende Tedua, Izi, Vaz Tè, Ill Rave (da Voltri), Sangue e Guesan, più una galassia di nomi più periferici: Bresh (da Bogliasco), Nader Shah, Disme (dalla Spezia).

Il nome viene da una canzone: un brano di Izi del 2017 con Tedua e Vaz Tè che racconta in modo autobiografico il loro percorso. Prima ancora del nome, però, c’è un posto fisico: lo “Studio Ostile” a Genova, dove dal 2012 circa il giro si riuniva nel pomeriggio a fare sessioni. La consacrazione del collettivo avviene nel 2017 con Amici Miei Mixtape, un disco corale registrato (racconta Vice) in uno studio affittato grazie ai soldi che Tedua aveva ricevuto per la distribuzione di Orange County: California. Niente testi scritti prima, molto freestyle, molta notte.

Su questa traiettoria si innestano poi i percorsi solisti, ed è qui che i numeri diventano grossi:

  • Tedua pubblica Orange County California (2017, 6× Platino), Mowgli – Il Disco della Giungla (2018, 3× Platino, primo in classifica), Vita Vera Mixtape (2020) e La Divina Commedia (2023, 7× Platino, primo in classifica). Etichette: Thaurus, Sony, Epic.
  • Izi pubblica Fenice (2016), Pizzicato (2017), Aletheia (2019), Riot (2020). Più una collaborazione con Madame al Festival di Sanremo 2023 su una composizione di Fabrizio De André.

Sono cifre da artisti mainstream, non da fenomeno di nicchia. La cosa che la stampa nazionale ha colto tardi è che dietro a quei dischi c’è sempre un baricentro ligure, e per due dei nomi principali quel baricentro è proprio Cogoleto.

Cogoleto nei testi e nei suoni

Su quanto i testi siano davvero “cogoletesi” bisogna stare attenti. Nessuno dei due nomina la piazza Giusti, la Chiesa di San Maurizio o il bagno Lido per nome, almeno non in maniera identificabile. Il mare ci sta, ma il mare ligure passa per centinaia di canzoni italiane senza che si possa rivendicare di chi sia.

Quello che è documentato è il caso del singolo “Polvere” di Tedua, dove la stampa di settore ha esplicitamente scritto che il pezzo “unisce il suono di Cogoleto con quello di Salerno”, per via della collaborazione con la produzione campana. È la prova che la geografia personale, anche quando non viene nominata nei versi, viene comunque rivendicata nelle interviste e nel modo in cui il disco viene venduto.

Il discorso più ampio è quello del docufilm “La nuova scuola genovese” del 2022 (regia di Yuri Dellacasa e Paolo Fossati, scrittura di Claudio Cabona), distribuito al cinema a maggio di quell’anno. Il film fa dialogare i grandi cantautori della “scuola genovese” (Paoli, Tenco, Bindi, Lauzi, De André) con i rapper liguri che dominano oggi le classifiche. Tedua viene messo seduto di fronte a Gino Paoli. Izi va alla Fondazione De André a parlare con Dori Ghezzi, vedova di Faber. Bresh incontra Cristiano De André. È la consacrazione esplicita: questi ragazzi sono i continuatori, in un’altra forma, della tradizione cantautorale ligure. Il documentario è il modo formale in cui Genova li ha riconosciuti.

Dove sono passati, dove sono tornati

Nei concerti? Sostanzialmente da nessuna parte, qui. Né Tedua né Izi hanno mai fatto un live a Cogoleto: i loro tour sono palasport e stadi (Tedua chiuderà il decennale di Aspettando Orange County a San Siro il 24 giugno 2026, il “San Siro Tedua”). Per loro questo è il paese in cui passare ferragosto, non un palcoscenico.

L’occasione più simbolica di riconoscimento territoriale è arrivata a Sanremo 2025, quando Tedua si è esibito sul Suzuki Stage di Piazza Colombo e ha duettato con Domitilla Abeasis, ventunenne di Arenzano, il paese che confina con Cogoleto a ovest. Cronache Ponentine, il giornale locale, ha titolato senza esagerazione: “anche Arenzano e Cogoleto al Festival di Sanremo”. Per uno che ha passato qui otto anni della sua adolescenza, duettare a Sanremo con la ragazza del paese accanto è un cerchio che si chiude in maniera molto silenziosa.

Da dove ascoltarli

Se non li hai mai sentiti e ti incuriosisce capire cosa sta succedendo, queste sono tre porte d’ingresso:

  • Tedua – Mowgli – Il Disco della Giungla (2018). L’opera che lo ha consacrato. Il concept è la giungla urbana raccontata attraverso la figura di Mowgli; le influenze drill ci sono ma sono digerite, non citate.
  • Izi – Fenice (2016). Il primo disco. Più melodico, più vicino al cantautorato genovese di cui poi Dori Ghezzi gli parlerà esplicitamente.
  • Wild Bandana – Amici Miei Mixtape (2017). L’unico documento collettivo, quello da cui escono nomi e voci di tutti. Imperfetto e per questo onesto.

Da lì in poi, se hai voglia: La Divina Commedia di Tedua (2023) è probabilmente l’album rap italiano più ambizioso del decennio, sette volte platino, con un impianto narrativo dantesco vero. Non l’aggancio di superficie che la copertina suggerisce.


Niente di tutto questo trasforma Cogoleto in un luogo di pellegrinaggio. Non ci sarà mai un Tedua Tour del paese, e va bene così. È sufficiente sapere che, quando passi davanti alla scuola media e senti dei ragazzini ripetersi una rima, c’è una statistica non trascurabile per cui quel gesto, da queste parti, ha già funzionato una volta.

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