Stoppani: la storia, l'eredità, la bonifica che continua
Una fabbrica di cromo aperta nel 1900, chiusa nel 2003, e una bonifica da 21 milioni di euro 2024-2026. Il SIN più visibile della Liguria, raccontato com'è.
Se sei venuto a Cogoleto per il mare e cammini lungo la statale verso Arenzano, all’altezza del Lerone vedi un cantiere che non sembra finire mai. Recinzioni, escavatori, cumuli coperti, cartelli con sigle ministeriali. È quello che resta della Stoppani: la fabbrica di cromo che per oltre un secolo è stata la nostra principale industria, e che oggi è uno dei più grandi cantieri di bonifica ambientale d’Italia.
Questo articolo cerca di raccontarla com’è, senza nasconderne il peso e senza nemmeno trasformarla nel mostro che a volte i titoli di giornale evocano. È la nostra storia industriale. È la nostra eredità da gestire. Ed è un cantiere ancora aperto.
Una fabbrica di cromo, dal 1900 al 2003
L’industriale milanese Luigi Stoppani ottiene dal Comune di Cogoleto l’autorizzazione a costruire la Fabbrica del Cromo nel 1900, in fondo alla valle dell’Arrestra, dove il torrente Lerone arriva al mare. La produzione vera e propria parte negli anni successivi. La scelta del sito non è casuale: c’è acqua dolce dal torrente, c’è il mare per lo scarico, c’è la ferrovia per il movimento delle merci, e c’è una manodopera locale che fino ad allora viveva soprattutto di pesca e agricoltura (Wikipedia).
I prodotti della Stoppani sono composti del cromo esavalente, il Cr(VI): cromati e bicromati di sodio e potassio, acido cromico, e come sottoprodotto solfato di sodio. Serve all’industria conciaria, alla galvanica, ai pigmenti, al trattamento dei metalli. Per gran parte del Novecento, Cogoleto è uno dei principali poli europei di questa chimica.
In fabbrica lavorano due tipi di forno: il forno piatto (in funzione fino agli anni ‘80) e il forno a suola rotante (entrato in esercizio nel 1958). Il primo è il cuore originario dello stabilimento; il secondo è la modernizzazione del dopoguerra. Negli anni ‘70 e ‘80 la Stoppani arriva al massimo storico: oltre 400 dipendenti, una popolazione di operai e tecnici che vive a Cogoleto, ad Arenzano, su tutto il ponente genovese (Era Superba).
Poi la lunga discesa. Mercati che cambiano, normativa ambientale europea che si fa stringente, costi che salgono. La produzione cessa nel 2003 (non nel 1996, come riportano alcune fonti), con 140 dipendenti ancora a libro paga al momento della chiusura. Tre anni dopo, nel 2006, la società che ha rilevato il sito (Immobiliare Val Lerone) viene dichiarata in stato di emergenza ambientale; nel 2007 il fallimento.
A quel punto Cogoleto eredita tutto: i capannoni, i forni, le vasche di lavorazione, e un secolo di cromo.
Cosa è stato lasciato a terra
Il cromo esavalente è una sostanza che il limite di legge europeo per le acque sotterranee fissa a 5 microgrammi per litro. È un limite severo, perché il Cr(VI) è classificato come cancerogeno certo per inalazione e fortemente sospetto per ingestione.
Le analisi sulle falde sotto e a valle dello stabilimento, prima dell’inizio della bonifica, misurano valori medi di 250.000 microgrammi per litro. Cinquantamila volte il limite. Dopo i primi interventi, oggi la falda è scesa a circa 15.000 microgrammi per litro: una riduzione enorme in termini assoluti, ma ancora tremila volte sopra il limite legale (Era Superba).
L’area contaminata, secondo la perimetrazione SIN, è di circa 2 chilometri quadrati: 0,4 km² a terra (lo stabilimento, le aree limitrofe, parte del corso del Lerone) e 1,6 km² a mare (il tratto antistante la foce, dove decenni di scarichi hanno raggiunto il fondale). La perimetrazione ufficiale del MASE, dopo la revisione di pochi anni fa, include circa 45 ettari a terra e 167 ettari a mare, su due Comuni: Cogoleto e Arenzano (MASE — SIN Cogoleto-Stoppani).
Nel 2010, l’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso visita l’area. Davanti ai giornalisti la definisce con una sola immagine, che è poi diventata l’etichetta giornalistica del sito:
“Uno scenario post-Chernobyl.”
È una frase che a Cogoleto ha fatto male, e ha messo anche un po’ a fuoco. Da quel momento il sito è entrato definitivamente nell’agenda nazionale.
Va detta una cosa che la frase di Bertolaso, per quanto efficace, non dice: non c’è stato un evento catastrofico, non c’è una nube radioattiva, non c’è una zona di esclusione. C’è invece, e questa è una cosa diversa ma seria, un secolo di residui industriali stratificati nel sottosuolo e nei sedimenti marini, in un’area precisamente delimitata, che lo Stato sta rimuovendo con un cantiere costoso e lungo.
La bonifica: chi, quando, quanto
Lo Stoppani è uno dei Siti di Interesse Nazionale (SIN) italiani: la categoria con cui il Ministero classifica le aree contaminate il cui rischio è di tale entità da richiedere intervento statale. Sito perimetrato dal Decreto Ministeriale dell’8 luglio 2002, oggi gestito direttamente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).
La struttura di governance attuale, dopo molti anni di stallo, è questa:
- Commissario Straordinario: Cecilia Brescianini, con mandato fino al 31 dicembre 2026.
- Stazione appaltante tecnica: Sogesid SpA, società in-house del MASE.
- Imprese esecutrici: Riccoboni SpA e Furia Srl.
Il finanziamento è stato strutturato in modo pluriennale: 7,015 milioni di euro all’anno per il triennio 2024, 2025 e 2026, per un totale di 21,045 milioni di euro dedicati a questa fase della bonifica (Regione Liguria).
L’aggiornamento più recente è dell’aprile 2026. Una tranche da 12,4 milioni di euro ha appena chiuso la sua fase operativa, con questi numeri (Genova24):
- 11.000 tonnellate di rifiuti pericolosi rimosse in questa sola tranche: 9.500 tonnellate di macerie provenienti dalle demolizioni del 2016 della zona nord, più 1.500 tonnellate di residui da bonifica di serbatoi.
- Totale cumulato da quando lo Stato è subentrato: oltre 34.000 tonnellate di rifiuti pericolosi e 16.000 tonnellate di non pericolosi rimossi e smaltiti in impianti autorizzati.
- Le analisi sui materiali rimossi confermano la presenza dei due contaminanti attesi: cromo esavalente e amianto crisotilo (residuo delle vecchie coperture in fibrocemento).
Per chi conta, vuol dire una media di una tonnellata di rifiuto pericoloso ogni circa tre tonnellate di materiale movimentato dall’inizio dei lavori. Per chi non conta, vuol dire che la fabbrica fisica (i capannoni, i forni, le tubazioni, le vasche) sta finalmente uscendo da Cogoleto, un camion alla volta.
Cosa significa per chi viene a Cogoleto oggi
Una domanda legittima, e che capita di sentire: si può fare il bagno?
La risposta è sì, e con una precisazione che vale la pena di fare con calma.
Le spiagge di Cogoleto centro (Lungomare, Beata, le calette del centro storico) sono fuori dalla perimetrazione SIN. Il sito contaminato è inland, su per la valle dell’Arrestra/Lerone, e nel tratto di mare antistante la foce del Lerone, al confine tra Cogoleto e Arenzano. Le acque di balneazione del Comune di Cogoleto vengono monitorate due volte al mese da ARPAL (l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Liguria) durante la stagione e classificate, da anni, come eccellenti: la classe più alta della normativa europea sulle acque di balneazione.
Quindi: sì, si fa il bagno; sì, il SIN esiste; no, le due cose non si sovrappongono. Le spiagge dove va la gente non sono quelle del SIN, e l’ARPAL pubblica i risultati delle analisi sul proprio portale per chi vuole controllarli.
Il rispetto della perimetrazione conta comunque. Le aree del cantiere sono recintate, l’accesso è interdetto, la spiaggia del Lerone e l’immediato tratto a est della foce sono interdetti alla balneazione: non sono zone di passeggiata. È il prezzo onesto da pagare finché la bonifica non è finita.
Cosa manca ancora
Il mandato del Commissario scade il 31 dicembre 2026. Da lì in poi servirà una decisione politica: prorogare il commissariamento, restituire il sito alla gestione ordinaria regionale, o aprire una nuova fase con un nuovo decreto.
Le cose ancora da fare, alla data di questo articolo, sono ben individuate:
- Acque di falda: portare i 15.000 µg/L attuali sotto il limite di legge (5 µg/L) richiede un sistema di emungimento e trattamento (pump & treat) prolungato nel tempo, sulla scala di decenni, non di mesi.
- Sedimenti marini: la frazione marina della contaminazione (quella che sta sotto al mare antistante il Lerone) è la più tecnicamente difficile da affrontare. Richiede dragaggio mirato, gestione separata dei sedimenti contaminati, e una valutazione costi/benefici accurata.
- Restituzione delle aree: una volta rimossi i manufatti industriali, resta da decidere il destino del sito. Riqualificazione naturalistica? Aree produttive? Un mix? È una scelta che il Comune e la Regione dovranno fare in tempi compatibili con il fine cantiere.
C’è anche un punto più sottile, che si capisce solo conoscendo il SIN. La bonifica è stata, per circa quindici anni dopo la chiusura, una storia di fondi stanziati e mai spesi, di gare ricorse e bloccate, di soggetti attuatori che cambiavano. Il triennio 2024-2026 ha invertito quella tendenza con risorse certe e un’unica catena di responsabilità. Il vero banco di prova è il dopo-2026: la stessa continuità andrà ricostruita per la fase successiva, perché la falda non si bonifica in tre anni, e i sedimenti marini nemmeno.
Lo Stoppani è la nostra storia industriale e la nostra ferita aperta, ed è anche, oggi finalmente, un cantiere che produce risultati misurabili in tonnellate e in microgrammi per litro. Camminare verso Arenzano e vedere quelle gru al lavoro non è una bella cartolina, ma è il segno che qualcuno la sta sistemando.
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